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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
E’ una città di circa 10.000 abitanti, ma la maggior parte delle sue costruzioni, per lo più basse, vecchie in legno o recenti in stile tradizionale, fanno pensare a un paese. E’ metà turistica, ma le condizioni ambientali sono ostili: la temperatura media annuale è di 2°C; in luglio la media è di poco più di 11°C. E’ adagiata tra il mare e le colline, ma il suo porto non è fulcro di ricca attività commerciale. E’ Hammerfest.
Sorge oltre il 70° di latitudine, a pochi chilometri da Capo Nord e vanta di essere la città più a nord. La sua economia è stata negli ultimi decenni arricchita dalla scoperta di alcuni giacimenti di metano poco al largo delle coste della Norvegia. Anche il turismo di massa ha avuto effetti positivi su questa città che sembrava in lento ma inesorabile declino.

Nonostante tutto, rimane un luogo dove viverci è difficile. Fredda con abbondanti nevicate e molto piovosa. Buio completo o poche ore di luce 6 mesi all’anno e, invece, luce anche per tutta la notte nei rimanenti mesi.
Arrivato in questa realtà, all’inizio di maggio, dopo un giorno di viaggio, proveniente dall’Italia, ho avuto l’impressione di entrare in un mondo diverso. A rafforzare questa impressione non era solo la neve ancora presente, la temperatura invernale o il laghetto ancora gelato. Atterrato alle 21.30 circa e sistemato in albergo, dopo una mezz’ora eravamo alla ricerca di un posto dove cenare. Ed allora mi sono reso conto che quella luce crepuscolare mi avrebbe accompagnato per tutta la notte.

Il tempo è stato nuvoloso per il periodo che sono rimasto lì. E con quelle condizioni atmosferiche, la differenza di luce tra giorno e notte era difficile da percepire. E un po’, questa atmosfera, ha fatto riaffiorare il ricordo di un film allucinato con Al Pacino: Insomnia. Nel film, questo labile confine tra notte e giorno, questa presenza di luce continua era l’humus su cui erano intrecciate le vicende e le emozioni.
Ma ancora più coinvolgente è l’essere stato per quasi un giorno fuori nei fiordi, a una ventina di chilometri da Hammerfest, in mare. In questi luoghi, le tracce di presenza umana sono flebili. Siamo qui tanto abituati a vivere in un ambiente fortemente antropizzato e ricco di infrastrutture che perdersi nel silenzio di grigio mare, grigio cielo e (quasi) grigio terra riporta a dimensioni diverse.

Credo che nelle giornate di sole, si possa godere di un bel paesaggio; ma, tutto sommato, anche nelle condizioni da me trovate, per un breve soggiorno, si può rimanere coinvolti dall’esperienza.
Ci sono modi di dire, coi quali siamo cresciuti, il cui vero significato ci sfugge. Nonostante ciò essi sono parte di noi e continuiamo ad utilizzarli con la codifica che ritualmente gli assegniamo.
Tra questi ve ne è uno, oggi forse un po’ in disuso, ma che comunque capita ancora oggi di sentire o usare: “viagià a uf”. Magari utilizzato con altri verbi, tipo mangiare, forse aggiungendo una vocale sì da trasformare “uf” in “ufa” o “ufo”. Il termine è utilizzato per indicare l’ottenimento di un beneficio (il viaggio, il cibo e altro) senza l’esborso di compensi nei casi in cui normalmente ciò è previsto (diciamo anche a “sbafo”).
Il detto non si presta a interpretazioni filologiche e il suo significato, dal punto di vista linguistico, potrebbe essere oscuro.

Di fatto, come molte di queste espressioni, ha origini storiche. La genesi di questo detto è celebrata da una targa posta nel 1998 a Tornavento.
Nel XII e nel XIII secolo iniziarono a trasportare sul Ticino i marmi, provenienti dalle cave di Candoglia e destinati alla costruzione del Duomo di Milano. Al fine di esentarli dai pedaggi, i barconi erano identificati con la scritta “A UF”, “Ad usum fabricae”. La costruzione del duomo si protrasse per moltissimo tempo e i barconi viaggiarono non solo per decenni, ma anche secoli. L’espressione “A UF” si sedimentò e divenne parte del linguaggio.
Chissà, magari scrivendo “A UF” sulle portiere dell’auto potremmo evitare di pagare il pedaggio autostradale….

Nell’inverno del 2004 mi trovavo ad Agadir, in Marocco.
Clima mite e belle spiagge nonostante la stagione; è meta, durante l'estate, di turismo balneare. Per chi ha poca dimestichezza con la geografia del luogo, il golfo dove sorge Agadir è lo stesso verso il quale si affacciano le Canarie.
La globalizzazione ha reso comune molte cose in tutto il mondo e anche in Marocco. Ma permangono peculiarità legate alle condizioni socio economiche, alla cultura e alle tradizioni.
Mi trovavo, quella mattina, a percorrere in auto alcune strade nella periferia della città. Cominciai a notare una teoria di camion, furgoni e automezzi dedicati al trasporto di cose. Questi erano parcheggiati di traverso sul lato della strada, fuori dalla carreggiata. Alcune persone si muovevano con l’aria di essere in attesa.
Dopo avere rivisto questa scena in un'altra strada, mi azzardai a chiedere al mio accompagnatore come mai tutti questi automezzi fossero parcheggiati in questo modo e cosa facessero quelle persone. Così scoprii che quello che potremmo chiamare il “padroncino” locale (l’autotrasportatore) non dispone di ufficio e non usa la propria abitazione per ricevere chiamate per commesse di lavoro; certamente non dispone neanche di fax. Si mettono pazientemente e ordinatamente in attesa coi loro furgoni e camion in queste strade.
Chi ha bisogno di un trasporto, gira i parcheggi cercando il trasportatore che ritiene più idoneo, più economico o affidabile per commissionarli il trasporto. Ore di attesa, talvolta frustanti poi la trattativa, il mercanteggiamento; alla fine, via, magari per un viaggio di alcuni giorni nel deserto….
Come l’assassino ritorna sul luogo del delitto, rieccomi sulle considerazioni iniziate pochi giorni or sono con il mio primo articolo (Detective in pensione).
I detective di cui ho parlato nel mio articolo (il commissaro Montalbano, l’ispettore John Rebus e l’investigatore privato Pepe Carvalho) sono dei prototipi di una generazione di personaggi che marcano diversità sostanziali con i loro predecessori. Se li confrontiamo con la tradizione anglosassone che può fare riferimento ai personaggi di Agatha Christie e simili, la distanza è siderale e si colma solo con alcuni personaggi della letteratura americana legata più ai polizieschi che al giallo classico.
Se Maigret era un personaggio solitario, prototipo della piccola borghesia francese e parigina, i nostri fanno parte di una generazione che ha basato il proprio modo di vivere sulla rottura anticonformista del modo di vivere legato alla propria condizione sociale. Ma al proprio destino non si scappa ed ecco che, almeno in parte, questo atteggiamento diventa in realtà lo specchio del modo di vivere attuale.
Così non solo John Rebus si trova ad invecchiare con una vita privata un poco “maledetta”, ma con lui invecchia un certo modo di vivere legato alla generazione che, possiamo dire per dare un riferimento temporale, affonda le proprie radici nel ’68. La differenza è tra l’ascolto di un LP e quello di un MP3, passando per il CD. Nei libri di Rankin ciò è ben sottolineato dai rapporti di John coi colleghi più giovani. Carvalho è forse il più cinico e maledetto dei tre, forse ereditando una tendenza del suo autore M.V.Montalban, ma qui il confine è con il sottoproletariato. Il nostro, italico, commissario, invece, è personaggio più rassicurante; la sua trasgressione maggiore è quello di vivere scapolo, eterno fidanzato non fedelissimo, in un’Italia del sud dove sono maggiori i retaggi di una vecchia cultura.
Ma il confronto con i tempi moderni è duro; il computer e la ricerca scientifica hanno fatto il loro ingresso massiccio nelle investigazioni (come nelle relative fiction). Ed è proprio il rapporto di questi personaggi con il computer il segno della difficoltà di confrontarsi con i cambiamenti.
Terminando questa tappa, volevo avvisare coloro che volessero intraprendere un viaggio con questi personaggi, di verificare lo stato del proprio fegato prima di iniziare. I fumi dell’alcool versato nelle pagine possono raggiungere anche il lettore più refrattario mentre la collezione di piatti succulenti e abbondanti può avere effetti negativi sui propri buoni propositi.
Ciao, alla prossima puntata...
La presenza di Andrea Camilleri di ieri 17/05 al programma di Fazio "Che tempo che fa", fornisce lo spunto per una considerazione. La considerazione non è tanto relativa al programma e alla presenza di Camilleri (preceduta da quella altrettanto interessante di Piero Angela), che peraltro non può che ricevere complimenti da parte mia, ma, un poco più prosaicamente, è relativa al destino dei detective in carta stampata. L'argomento è stato sollevato da Fazio con una domanda esplicita a Camilleri: "E' vero che ha già scritto l'ultimo capitolo di Montalbano?". In vero, per chi frequenta le storie di Montalbano, i segnali di un'avanzata della vecchia e della stanchezza del commissario erano evidenti. Non si tratta, chiarisco, di una stanchezza letteraria, anzi la scrittura (e la lettura) sono fresche e piacevoli. Si tratta proprio di acciacchi e stanchezza che il personaggio Montalbano comincia a vivere causa l'avanzare degli anni. Qualche sintomo si era già avuto nei precedenti romanzi, ma nell'ultimo, Il campo del Vasaio (edito da Sellerio), questi si mostrano in modo più esplicito. E’ il graduale preparare il lettore, da parte dell'autore, all'uscita di scena del personaggio. Non sappiamo come e quando ciò avverrà ma Camilleri ha confermato che l’ultimo capitolo è stato scritto (speriamo che nel frattempo ve ne siano degli altri). L’unica certezza data dall’autore è che non morirà e, mi pare di avere capito, non andrà neppure ufficialmente in pensione.
Per un detective in attesa dell’ultimo episodio, un altro è già andato in pensione. Si tratta dell’ispettore John Rebus, personaggio che ha reso famoso il suo autore Ian Rankin. Nell’ultimo romanzo, Exit music (il titolo è quello della versione originale inglese per i tipi di Orion Books, mi pare non ancora uscito in italiano), John lascia il suo lavoro di poliziotto e di personaggio di appassionate letture. Anche in questo caso, i romanzi precedenti sono serviti a preparare il terreno e quindi il fatto non è giunto a sorpresa. Più che gli acciacchi fisici, in questo caso, era la progressiva estraniazione di Rebus dal corpo di polizia, il suo diventare simbolo e reliquia di un modo di fare indagine (e di essere) che appartiene al passato (vedere per esempio Fleshmarket close, titolo della versione inglese anche questo). In questo caso, John va in pensione, ma non sappiamo cosa ne sarà di lui. Mi è difficile pensare a una continuazione del personaggio in un ruolo diverso. Ma non si sa mai……
Un altro detective ci ha lasciato pochi anni fa. Pepe Carvalho, malgrado qualche romanzo postumo, forse non all’altezza, ha dovuto arrendersi, non solo all’avanzata dell’età ma soprattutto alla morte del suo autore, Manuel Vazquez Montalban. Il fatto è stato citato anche da Camilleri nel programma di Fazio. La sua uscita di scena, in questo caso più imprevista, è celebrato nel doppio romanzo postumo Millenio (il primo romanzo è uscito nel 2004) , nel quale Carvalho compie un percorso attorno al mondo al fine di celebrarne il distacco.
A questo punto mi pongo una domanda: che ne sarà di noi poveri lettori abbandonati per raggiunti limiti di età? Cercherò una risposta in un prossimo articolo ma dopo avere confrontato questi personaggi.
Saluti a tutti.

Questa è stata scattata a Bergen (Norvegia) lo scorso 7 Maggio.

Foto da me scattata in un fiordo nei pressi di Hammerfest (Norvegia) lo scorso 6 Maggio.
Di Admin (del 16/05/2008 @ 23:41:57, in dBlog, linkato 46 volte)
Questo è il primo articolo immesso nel blog. Siamo ancora in fase di prova e di esplorazione delle possibilità offerte.
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