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Quando qualcuno dice: questo lo so fare anch'io, vuol dire che lo sa rifare, altrimenti lo avrebbe già fatto prima.

Bruno Munari, 1992
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di kyllwtr (del 04/11/2008 @ 23:16:56, in Attualità, linkato 43 volte)

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Di kyllwtr (del 15/10/2008 @ 22:16:44, in Attualità, linkato 43 volte)

Giunge adesso la notizia che il governo ha presentato un emendamento al proprio disegno di legge sulla sicurezza pubblica che è all’esame della commissioni Affari costituzionali e Giustizia al Senato. L’emendamento derubrica “l’ingresso clandestino” da delitto e prevede l’applicazione di una pena pecuniaria al posto del carcere (il ministro si è limitato a dire che comunque è sempre una sanzione).

Se è apprezzabile che autonomamente il governo sia arrivato ad una tale decisione, bisogna anche sottolineare che questa conclusione rende ragione a chi ha sempre sostenuto che tale provvedimento era profondamente sbagliato e non praticabile.

Non c’è niente di più pericoloso, per tutti noi, dello schematismo che vede la soluzione dei problemi tramite provvedimenti semplicisti e populisti.
Lo sbandieramento di questi provvedimenti serve solo, questo sì, a guadagnare consenso e non a mettere in campo percorsi efficaci verso soluzioni reali.

L’apparente capacità di risolvere problemi con facilità e in modo radicale non può che ottenere il consenso di chi vive sulla propria pelle problemi spesso importanti ma non facili da risolvere.
Inoltre, questo è il metodo per ottenere il consenso delle persone meno attente che scambiano l’annuncio con la risoluzione.

Purtroppo i provvedimenti vengono annunciati con pompa magna, ma le retromarce si fanno alla chetichella.

 
Di kyllwtr (del 13/10/2008 @ 22:53:24, in Attualità, linkato 84 volte)

Giovedì il governo ha emanato un decreto con l’intento di portare un po’ di sicurezza e calma in un momento terribile dei mercati finanziari.
Il rischio che una voragine terribile si aprisse era enorme.
Di fatto, il decreto, come altre misure, ha avuto apparentemente poco impatto e si è dovuto attendere fino a oggi (lunedì 13/10), con le nuove decisioni assunte in modo coordinato a livello europeo, per ottenere un qualche risultato.

Il problema grosso di questa crisi è che, comunque vada, a pagare saranno sempre i soliti. Piccoli risparmiatori, piccoli imprenditori e lavoratori sono le vittime preferite e predestinate.
Chi perdendo parte o tutto dei propri risparmi (magari solo con grandi svalutazioni), chi rischiando di perdere la propria azienda e attività per mancanza di finanziamenti o per contrazione del mercato, chi lasciando il già, spesso, misero stipendio assieme al posto, fisso o precario.

E dunque ben venga, sopra ogni cosa, un provvedimento che possa aiutare a riportare un po’ di serenità e prospettiva.
In linea di massima, poi, si possono condividere le soluzioni messe in campo. Certo con questo provvedimento, al di là dei toni propagandistici, il governo si è solo dotato degli strumenti per potere intervenire, rimandando ogni decisione al momento della necessità.
Ma in fondo è questo quanto era richiesto.

Piuttosto leggendo il provvedimento qualche piccola perplessità sorge su alcuni aspetti che ne regolano le modalità di applicazione.

Il tutto ruota fondamentalmente sulla scelta di convertire in azioni privilegiate il capitale pubblico impiegato nel salvataggio delle banche; capitale pubblico e perciò nostro.
Dunque, le azioni privilegiate sono ammesse al voto solo durante le assemblee straordinarie; è pur vero che il decreto riserva al governo il diritto di veto alle “variazioni sostanziali al programma di stabilizzazione [concordato]” (in sostanza il piano industriale e finanziario).
Questo però significa che lo stato, che entra con capitali importanti e critici per la sopravvivenza dell’istituto, rinuncia preventivamente a dire la propria parola sulla gestione dell’istituto.

Apprezzabile, da un lato, il sottrarsi ai rischi di utilizzo strumentale e clientelare del potere acquisito, ma, dall’altro, si lascia troppa libertà di azione a chi, con tutta probabilità, ha malamente gestito l’istituto di credito.
Al termine dei 36 mesi previsti, raggiunto, si spera, il risanamento dell’istituto, lo stato si ritira rivendendo le proprie azioni, ottenendo forse anche una plusvalenza. Peccato che in un mercato risanato, le azioni che potrebbero essere più appetibili e, quindi, soggette a maggiore plusvalenza, siano le ordinarie. Sono i detentori di queste azioni che ne avranno il beneficio maggiore.

Esasperiamo il concetto e applichiamolo al caso Parmalat. Se un provvedimento del genere fosse stato applicato a questa bancarotta, lo stato sarebbe entrato nel capitale mettendoci i soldi, Tanzi sarebbe rimasto padrone del vapore, ancorché sotto stretta sorveglianza del Tesoro.
Una volta risanata l’azienda lo stato vende le proprie azioni ma Tanzi rimane il padrone perché quelle azioni non votano, non ha neppure bisogno di comprarle.

Si è parlato genericamente di allontanare il management che ha fallito. Sebbene non abbia trovato tracce di ciò nel decreto, non esito a credere che ciò avvenga.
Ma il management non è altro che l’espressione della proprietà!
Se certe operazioni speculative sono avvenute (spero poche) è perché sono state avvallate dalla proprietà (se ciò non è avvenuto il problema che si pone è un altro). E questo decreto lascia intatto totalmente la proprietà.
Una soluzione che permettesse a chi ha rischiato soldi propri e di altri di perdere almeno i propri poteva essere trovata, salvando nel contempo i piccoli azionisti e detentori di obbligazioni che nulla possono.
Si potrebbe seguire l’esempio dell’Inghilterra.

Spero che in sede di conversione o di emanazione dei decreti attuativi questi dubbi siano sanati, ma conoscendo il capitalismo e la politica italiana ho ben poche speranze.

 
Di kyllwtr (del 28/08/2008 @ 22:39:21, in Attualità, linkato 64 volte)

Un fondo di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera di qualche giorno addietro si è meritato una pronta risposta di due importanti politici: Giulio Tremonti e il ministro Gelmini.
Chiarisco: non ho letto l’articolo in oggetto e neppure la risposta di Tremonti; non mi soffermo sui contenuti politici della risposta del ministro, contenuti che potrebbero essere oggetto di lunga discussione.

Ciò che mi ha colpito dell’intervento del ministro è l’impressione di arretratezza e inadeguatezza all’importante ruolo assegnatole.
Nella politica di oggi, si sa, è più importante apparire, dire cose ovvie ed essere decisionisti. Con un po’ di demagogia e semplicità si fornisce l’impressione di avere fatto cose importanti; non importa se poi i contenuti sono vuoti o, peggio, dannosi.

Così, il ministro Gelmini, dopo avere addebitato tutti i problemi della scuola a quarant’anni di ideologia di sinistra, dichiara che ha subito avanzato “alcune proposte per cambiare uno stato di cose non più tollerabile. Voglio ricordarne alcune. Voto di condotta, divisa scolastica, insegnamento dell’educazione civica, ritorno al maestro unico, rilancio degli istituti tecnici e della formazione professionale.”

Scusandole l’errore di avere scritto un periodo senza nessun verbo, colpa senz’altro della fretta, ho passato parecchio tempo cercando di collegare “Autorevolezza, autorità, gerarchia, insegnamento, studio, fatica, merito” (anche qui manca qualche cosa), come da lei subito motivato, con i provvedimenti suggeriti.
Se si eccettua il voto in condotta, peraltro già rintrodotto negli ultimi anni, le altre proposte nulla hanno a che vedere con le motivazioni addotte.
Non vedo come investire degli stilisti del compito di realizzare la divisa scolastica possa migliorare, se non superficialmente, la scuola.
E credo che i commentatori più autorevoli dovrebbero ricordarle che i colpi più gravi all’autorevolezza dell’istituzione scolastica furono inferti dal ministro del primo governo Berlusconi con l’abolizione degli esami di riparazione e dal ministro Moratti (del secondo e terzo governo Berlusconi) con l’eliminazione delle commissioni di esame esterne.

Se si può apprezzare l’interessamento per gli istituti tecnici (che la sua collega Moratti voleva abolire) e professionali, la semplice riproposizione dei vecchi modelli non è più adeguata alla realtà odierna.

Grave che il ministro affermi di avere condiviso in pieno i tagli economici nella scuola, tagli che per essere effettivi, dovranno passare per una riduzione del personale. Come ci ricorda il ministro, il 97% della spesa è per il personale. Che quindi si voglia tornare al maestro unico può essere comprensibile dal punto di vista economico, ma smettiamola di sbandierare presunte motivazioni pedagogiche.

Ma ci consola, dicendo che “abbiamo introdotto un principio nuovo e virtuoso: un terzo dei risparmi sarà destinato ad investimenti per migliorare la scuola”. UN TERZO!! E gli altri due terzi dove vanno? Escono dalla scuola per finire dove?
Ricapitoliamo. Toglieremo risorse umane, che comporteranno comunque diminuzione qualitativa e quantitativa dei servizi offerti (e quindi peggioramento della scuola) e diminuiremo la spesa complessiva della scuola.
Bravi nel marketing, visto che questa operazione è contrabbandata come “miglioramento della scuola”.

Il punto più basso è toccato verso la fine. Il nostro ministro ci dice che “Noi vogliamo una scuola che insegni a leggere, scrivere e far di conto.”
Ha appena finito di vedere una vecchia puntata di “Non è mai troppo tardi” con il Maestro Manzi?
E’, insomma, rimasta ad un’Italia dei primi anni sessanta?

Scrivere, leggere e far di conto sono la base, ma il mondo di oggi chiede ben altre cose e capacità. Se la scuola di questi quarant’anni si è dimostrata non completamente adeguata, almeno ha avuto il merito di provarci e qualche risultato lo ha dato.

 Ad essere maliziosi si può pensare che il ministro voglia riproporci ideologicamente una controriforma Gentile.
Forse c’è bisogno che qualche collega o commetatore le faccia presente che la scuola di Gentile non va bene; non in base a ragionamenti pedagogici o ideologici, semplicemente perché è VECCHIA e non adeguata al mondo d’oggi.

Forse c’è bisogno che qualche collega o commentatore le faccia presente che è meglio che si occupi delle cose per le quali ha più competenza (magari delle divise…….).

Saluti.

 
Di kyllwtr (del 01/06/2008 @ 23:47:00, in Attualità, linkato 122 volte)

Le recenti informazioni di stampa hanno dato risalto alla prima applicazione delle nuove norme contro l’immigrazione clandestina. La norma oggetto di clamore è quella che prevede l’aumento di un terzo della pena se chi ha commesso il reato è un clandestino.

In realtà, nel caso specifico, la norma non ha ancora avuto nessun effetto perché il giudice è stato chiamato solo a convalidare gli arresti. Essa avrà effetto più avanti, quando sarà avviato il processo.

Il problema dell’immigrazione e, soprattutto, dell’immigrazione clandestina è un problema serio che crea grandi tensioni e preoccupazioni. Sottovalutare il problema è estremamente pericoloso e favorisce derive razziste. Essendo un problema serio e di difficile approccio non può, però, nel contempo, essere “risolto” con poche e semplici norme di carattere penale.

Non voglio qui affrontare il tema del “reato di immigrazione clandestina”; voglio solo dire che norme simili non sono la soluzione del problema (vedere i paesi che considerano reato l’immigrazione clandestina). Non esistono soluzioni semplici a problemi complessi (anche se qualcuno lo afferma).

Però la norma introdotta non può non essere commentata.

Giuridicamente credo che sia alquanto forzato legare la valutazione della pena di un qualsiasi reato ad uno stato dell’imputato che non ha nesso con il reato stesso. Se si ritiene illegale la permanenza sul nostro territorio dei clandestini, essi dovrebbero rispondere di questo atto "illegale", ma questo reato non può aggravare la pena relativa ad altri reati non connessi. Semmai, oso dire, sarebbe questo “reato di immigrazione clandestina” ad essere aggravato dal fatto di avere commesso crimini sul nostro territorio. Su questo discuteranno gli avvocati e i giudici fino ai livelli più alti.

C’è purtroppo un altro aspetto di questa norma che è più importante sottolineare. Per alcuni, questa norma è sintomo di una deriva razzista. Non è un sintomo: essa è del tutto e profondamente razzista. Legare la pena comminata ad un imputato ad uno status, giuridico o meno, dello stesso, senza nesso di causalità col reato, è esplicitamente discriminatorio e rende, anche sulla carta, la legge non uguale per tutti.

Non sono necessari espressi riferimenti alla razza per rendere “razzista” leggi o comportamenti, ma basta che siano discriminatori. Oggi sono i clandestini, ma potrebbero essere, domani, i drogati o le persone più basse di un metro e settanta.

Non posso perciò, come cittadino italiano, che provare vergogna per una norma profondamente sbagliata e contraria ai diritti costituzionali e a quelli dell’uomo. La considerazione peggiore è che, come al solito, noi cittadini italiani, ci autoassolveremo affermando che noi non l’abbiamo chiesta e che non l’abbiamo scritta noi. C’è sempre qualcun altro che è responsabile, non noi.

E’ una questione di civiltà! Spero di avere dato uno spunto di riflessione a tutti….

 
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